Non sempre più è meglio: qualità della vita nei pazienti in cura

L’aggiunta del brivanib alalinato al cetuximab non migliora la sopravvivenza e peggiora la qualità della vita rispetto al solo cetuximab nei pazienti con un tumore del colon-retto metastatico con KRAS wild-type. Questo il risultato, pubblicato su Cancer, di una sottoanalisi dello studio di fase III CO.20, in cui sono stati valutati 721 pazienti al basale e dopo 2, 4, 6, 8, 12, 16 e 24 settimane, fino alla progressione della malattia.

Il risultato è stato che la sopravvivenza mediana non è stata diversa nei due gruppi nella popolazione intent-to-treat. L’OS è stata infatti pari a 8,8 mesi nel gruppo trattato con la combinazione, contro gli 8,1 mesi del gruppo di controllo, trattato con il solo cetuximab più un placebo. Già nello studio originario, pubblicato lo scorso luglio sul Journal of Clinical Oncology, era emerso che l’aggiunta di brivanib non era associata a un aumento dell’OS e aumentava la tossicità, sebbene avesse effetti positivi sulla sopravvivenza libera da progressione (PFS) e sulle percentuali di risposta obiettiva. Ma i dati appena resi noti sembrano dire una parola definitiva sull’associazione. Per i malati trattati con la combinazione, infatti, il tempo mediano di peggioramento definitivo del Performance status è stato significativamente più breve rispetto ai pazienti trattati con il solo cetuximab (1,7 mesi contro 5,6) così come quello del peggioramento del punteggio della scala relativa alla funzionalità globale (1,6 mesi contro 1,1; P = 0,02).

Infine, l’aggiunta di brivanib è risultata associata ad un’incidenza più alta di fatigue, ipertensione, rash, diarrea, dolore addominale, disidratazione e anoressia di grado 3.
Non sempre, quindi, spingere al massimo le possibilità terapeutiche (peraltro con costi elevatissimi) può apportare benefici reali ai pazienti.

Fonte:
http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/cncr.28410/abstract