Dati confortanti per i pazienti con tumore prostatico ad alto rischio vengono da un nuovo studio statunitense che ha esaminato l'efficacia della brachiterapia nel lungo periodo in questa patologia. (Shen X, et al "The impact of brachytherapy on prostate cancer-specific mortality for definitive radiation therapy of high-grade prostate cancer: A population-based analysis" Int J Radiation Oncol Biol Phys 2012; DOI: 10.1016/j.ijrobp.2011.09.055.) Secondo i nuovi risultati, l'impiego della sola radioterapia intracavitaria consentirebbe di ridurre la mortalità per tumore del 33%, un valore non dissimile da quello ottenuto con l'uso combinato di brachiterapia e radioterapia esterna (23%) (P=0,18). Gli autori del lavoro, alla luce dell'elevata protezione dalla mortalità conferita da questo tipo di approccio, peraltro dimostrata per la prima volta in maniera consistente nello studio appena pubblicato, sottolineano la necessità di condurre ulteriori approfondimenti per valutare la possibilità di impiegare la brachiterapia come trattamento definitivo per la neoplasia.
Ai risultati pubblicati si è giunti grazie a uno studio osservazionale condotto su oltre 12.000 pazienti con adenocarcinoma prostatico poco differenziato, T1-T3N0M0, del database "National Cancer Society's Surveillance, Epidemiology, and End Results (SEER)", seguiti per un periodo di 14 anni. L'inclusione dei tumori ad elevato rischio è stata eseguita selezionando i soggetti con punteggio 4-5 allo score di Gleason, o con un punteggio combinato di 8-10 se veniva riportato più di un pattern. Il follow up medio è stato di 6,4 anni. I pazienti sono stati sottoposti a brachiterapia o a radioterapia esterna nel periodo inizio 1988- fine 2002 e il tempo di sopravvivenza è stata calcolato dal momento della diagnosi fino al momento del decesso.
Se i risultati dello studio sono molto incoraggianti, va sottolineato come l'indagine non sia esente da limiti metodologici, come confermano gli autori stessi della ricerca: non vi è stata una differenziazione tra trattamenti a basse o alte dosi, e mancano informazioni riguardo ad altri tipi di terapie impiegate, quali la deprivazione androgenica, comunemente associata alla terapia radiante in questa tipologia di pazienti. Le indagini in questa direzione devono, pertanto, necessariamente proseguire.
7 febbraio 2012