• OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

  • OncoNews giugno

    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

Archivio Onconews

Insieme, nell'anno che verrà. CONTACI

Le festività e la fine dell'anno invitano a sentimenti positivi, generosi, affettuosi: "Buone feste!".
Un sorriso fa sempre piacere, in strada, sul lavoro, in ospedale. Ma quando riceviamo auguri sinceri da persone che vivono un futuro incerto, se non addirittura segnato da poche settimane di vita, li apprezziamo ancora di più. Quei sorrisi sono importanti per i professionisti della sanità, che affrontano ogni giorno le fatiche e le emozioni dei curanti, in un ambiente culturale che non sa più riconoscerne il valore.

Viviamo in una società che rincorre il benessere, la ricchezza, l'apparenza e non accetta la sofferenza, la malattia e la morte, di cui è meglio non parlare. Per questo motivo si tende ad enfatizzare i benefici di nuove terapie, tralasciando di analizzare le possibili conseguenze negative. Si arriva addirittura a pensare che il cancro verrà sconfitto nei prossimi anni, come se fosse "una" malattia e non invece la perdita di equilibrio tra proliferazione e morte delle cellule che compongono il nostro complicato e meraviglioso organismo.
Le speranze sono legittime, ma non devono essere sostituite dalle illusioni.

Per questo motivo vorrei dedicare un pensiero di fine anno a coloro che soffrono e a coloro che si impegnano quotidianamente per assisterli.
Quest'anno abbiamo celebrato i 40 anni del nostro Servizio Sanitario Nazionale, unico al mondo, fondato su tre principi fondamentali: universalità, solidarietà, equità. Principi che sembravano indiscutibili, ma che oggi sembrano vacillare. Siamo cresciuti con la convinzione che tutte le vite hanno lo stesso valore, come ha ricordato Gianmauro Numico nell'editoriale di Onconews di giugno. Dunque, come medici, non possiamo accettare le priorità che ci vengono imposte: "prima gli italiani", "prima i ricchi", "prima gli appartenenti alla fede...". Non possiamo accettare di categorizzare le persone né, tanto meno, immaginarne le separazioni: i sani dai malati, i ricchi dai poveri, gli italiani dagli stranieri, i bianchi dai neri.
Ho la fortuna di vivere in un periodo storico e in un luogo geografico particolarmente privilegiati dal punto di vista dell'assistenza sanitaria, eppure non mi sento circondato da soddisfazione, serenità e ottimismo per il futuro. Perché tutto ciò? I nostri padri ci hanno lasciato un mondo migliore di quello che avevano ricevuto, molti di loro hanno dato la vita per difendere i principi in cui credevano. Quali sono i valori che vogliamo lasciare noi in eredità ai nostri figli?

CIPOMO, attraverso la "Carta di Torino 2018", propone un nuovo "Risorgimento" culturale e scientifico in sintonia con i principi dell'articolo 32 della Costituzione Italiana, riconoscendosi in valori e comportamenti che qui riporto:

  • Qualità delle cure: efficacia e competenza degli interventi; innovazione e ricerca; tempestività ed equità di accesso alle prestazioni, anche nel caso di tumori rari e di farmaci "orfani"; valorizzazione e responsabilizzazione delle professionalità e coinvolgimento dei pazienti.
  • Scelta condivisa delle cure: adozione di un modello bio-psico-sociale e a specifici Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali alla cui definizione partecipano operatori, pazienti e cittadini;
  • Dignità: accoglienza dei luoghi di cura; controllo dei sintomi; ascolto e rispetto nelle diverse situazioni assistenziali; sostegno ai bisogni sociali; collaborazione con tutti gli interlocutori.
  • Sostenibilità: attenzione all'importanza di contenere gli sprechi, all'appropriatezza prescrittiva e alla proporzionalità delle cure; sostegno degli operatori anche da possibili conflitti d'interessi; promozione della salute; contenimento dell'impatto ambientale delle strutture di cura.
    Un sincero augurio di serenità a tutti.

Mario Clerico

La centralizzazione della chirurgia oncologica complessa: un processo sempre virtuoso?

Un gruppo di ricercatori statunitensi, della Yale School of Medicine ha condotto un'analisi dei fattori legati alla disponibilità dei cittadini statunitensi a spostarsi per sottoporsi a interventi di chirurgia oncologica maggiore presso centri di riferimento. L'espressione della volontà a spostarsi è stata orientata dalla disponibilità di dati relativi alla casistica operatoria, al tasso di mortalità, di complicazioni, di infezioni post-operatorie e di radicalità chirurgica. Va detto, per inciso, che queste informazioni solo raramente sono disponibili alla valutazione dei cittadini (e questo sia negli Stati Uniti che in Europa).

I risultati dello studio indicano un elemento molto interessante: sebbene le informazioni date siano motivanti al trasferimento per un gruppo consistente di persone, in realtà, la maggior parte dei cittadini riferisce che i disagi (in primo luogo il peso economico) che sono associati agli spostamenti, riducono fortemente la tendenza al riferirsi ai centri chirurgici più affidabili.
L'editoriale di accompagnamento allo studio aggiunge la rilevante considerazione che il divario tra centri ad alto volume rispetto a quelli a basso volume chirurgico si sta riducendo, rendendo il processo di forte centralizzazione non più scontato.

Sono due, a mio avviso, i principali elementi di riflessione che si applicano al nostro contesto. Innanzitutto la necessità di disporre di dati affidabili e trasparenti che consentano ai cittadini di compiere scelte motivate. Dall'altra la necessità di accompagnare il processo di centralizzazione delle prestazioni mediche ad alto costo con una attività di supporto e facilitazione per i cittadini che devono sostenere i disagi di un trasferimento.
Resta infine la necessità di considerare in modo molto attento il grado di concentrazione delle prestazioni complesse. Va ricercato probabilmente un equilibrio adeguato tra la garanzia di qualità degli ospedali e il disagio crescente determinato dagli spostamenti dei cittadini, attraverso una sufficiente distribuzione dei servizi sul territorio. Un'attività di programmazione che superi i confini regionali sarebbe fortemente auspicabile.


Fonti:
Benjamin J. et al, Motivators, Barriers, and Facilitators to Traveling to the Safest Hospitals in the United States for Complex Cancer Surgery JAMA Netw Open. 2018;1(7):e184595. doi:10.1001/jamanetworkopen.2018.4595

NabilWasif,MD, MPH; David A. Etzioni, MD, MSHS Regionalization of Complex Cancer Surgery
How, When, and Why? JAMA Netw Open. 2018;1(7):e184586. doi:10.1001/jamanetworkopen.2018.4586

Gianmauro Numico

 

Le medical humanities ai tempi del tablet


Un viewpoint dal titolo quasi ossimorico quello di Sonoo Thadaney Israni e di Abraham Verghese, che si chiedono se l'Intelligenza Artificiale (AI) può essere umanizzante. Dalle paure circa i progressi di AI da parte di grandi personaggi come Stephen Hawking, che la vedeva come un pericolo per la nostra stessa sopravvivenza, il fantasma AI continua ad aggirarsi nell'opinione pubblica, sorretto da una cinematografia che, a partire da 2001: Odissea nello spazio, ha diffuso una visione distopica di un futuro, in cui la ribellione di robot psicopatici anima gli incubi di Matrix o i viaggi nel tempo di cyborg in Terminator, o la dolorosa consapevolezza della propria finitudine dei replicanti di Blade Runner, in conflitto con il loro creatore nell'anelito di conseguire una propria ulteriore quantità di sopravvivenza.

Eppure non si contano più gli esempi di AI inseriti nella quotidianità della nostra vita: dall'uso diffuso e oramai irrinunciabile degli algoritmi di Google e di Wikipedia; ai magnifici disegni della pittura di luce di David Hockney sul tablet; al robot Vera "assunto" dall'Ikea per i colloqui di lavoro nella selezione del personale su larga scala; o alla composizione con AI di infantili poesie giapponesi.
E anche trasferendoci nel mondo sanitario, una certa paura continua a circondare AI, nonostante negli ospedali di tutto il mondo la sua presenza sia cresciuta nella diretta assistenza ai pazienti, nell'uso dell'apprendimento automatico per prevedere gli outcome dei pazienti, o per diagnosticare le malattie e per suggerire trattamenti, anche in Oncologia, dove le tecnologie emergenti di AI sono in grado di rilevare e diagnosticare tumori, e persino di generare raccomandazioni di trattamento chemioterapico che si adattino in tempo reale alle risposte dei pazienti.

Ma i due Autori vanno ben oltre, quando si chiedono se addirittura AI potrebbe aiutare i medici a fornire cure migliori e più umanistiche, addirittura consentendo ai medici di diventare più bravi nell'essere umani, nel prendersi cura degli altri, nel preoccuparsi e saper esprimere la cura: AI come una sorta di steadicam per stimolare ulteriormente i neuroni specchio, aumentando così la competenza empatica del medico.
Le attuali speranze circa il ruolo di AI in medicina sono enormi, con giornali che spesso strombazzano titoli su nuovi modelli di cura anche di tipo oncologico, quando gli esperti sono molto più cauti, dati i possibili effetti negativi per il paziente se AI viene assorbita troppo in fretta in clinica senza test e controlli sufficienti. Allora la risposta al quesito posto dagli autori potrebbe essere affermativa, laddove però quella stessa tecnologia che amplifica i nostri sensi (si pensi semplicemente allo stetoscopio) possa condurre a potenziare egualmente le nostre capacità non solo interpretative e cognitive, ma anche emozionali e affettive. A patto però che gli scienziati si (pre)occupino di  lavorare in modo ancora più intenso sull' intersezione eticamente corretta tra AI e medicina, mitigando i rischi di molte non intenzionali, ma prevedibili conseguenze, laddove la tecnica non venga considerato più come semplice "strumento" a nostra disposizione, poiché già essa "è diventata l''ambiente" che ci circonda e ci costituisce secondo quelle regole di razionalità che, misurandosi sui soli criteri della funzionalità e dell'efficienza, non esitano a subordinare le esigenze dell'uomo alle esigenze dell'apparato tecnico, .... e dove la domanda non è più: "che cosa possiamo fare noi con la tecnica", ma "che cosa la tecnica può fare di noi" (U. Galimberti).

Fonte:
Sonoo Thadaney Israni, MBA; Abraham Verghese, MD Humanizing Artificial Intelligence JAMA. Published online December 10, 2018. doi:10.1001/jama.2018.19398

Salvatore Palazzo

 

La prevenzione dell'errore in terapia parte da lontano

Il problema della sicurezza è sempre stato in primo piano nella formazione dei primari che in ultima analisi sono responsabili di ciò che accade nei loro reparti. Il percorso del farmaco è stato oggetto di molti nostri incontri e la Conferenza Nazionale del 2017 di San Benedetto del Tronto "La gestione del rischio in oncologia tra sicurezza e qualità" ha evidenziato come ci siano situazioni di rischio che a volte ci sembrano banali ma che in realtà non lo sono. 

Proprio in questa ottica mi sembra doveroso segnalare per una attenta lettura la pubblicazione fatta dal Ministero della Salute "Raccomandazione per la prevenzione degli errori in terapia, conseguenti all'uso di abbreviazioni, acronimi, sigle e simboli." Ci sono dei passaggi di interesse specifico per il primario ma anche per le Aziende Sanitarie. Essendo una raccomandazione ministeriale è opportuno che le venga attribuito un grande peso e sia utilizzata per una revisione delle pratiche abituali nelle prescrizioni terapeutiche.

Fonte:
Raccomandazione per la prevenzione degli errori in terapia conseguenti all'uso di abbreviazioni, acronimi, sigle e simboli. Settembre 2018, Ministero della Salute.

Sandro Barni

 

Oltre la Evidence Based Medicine


Nello scorso mese di novembre sul NEJM è comparso un editoriale: "Beyond Evidence Based Medicine"1 che ha riproposto temi di grande attualità e di cui avevamo dato cenno in un precedente articolo "Essere medici migliori". E' con grande piacere che riprendo l'argomento per alcuni approfondimenti.

Da sempre le scelte mediche nella pratica clinica si sono basate sulla cultura personale, l'esperienza, l'intuito ed il carisma del medico ("Intuition  Based Medicine" o anche "Eminence Based Medicine").
Tale modo di fare medicina non era certo sbagliato, ma aveva chiari limiti in quanto si poggiava sulle  personali conoscenze del singolo medico.
Negli anni '90 comincia a farsi strada un nuovo modo di fare medicina la "Evidence Based Medicine", una medicina che pone enfasi sulla relazione fra ricerca clinica e pratica clinica.
Nel 1996 Sackett scrive che EBM è il più virtuoso, giudizioso e scrupoloso uso delle attuali migliori evidenze nell'assumere decisioni circa la cura di ogni singolo paziente. I medici fanno ancora uso del proprio intuito e della loro personale esperienza, ma oggi la EBM consente loro di avere a disposizioni molti più dati certi e quindi di commettere meno errori.

Da allora la EBM è diventata l'unico modo di fare della buona medicina e continuamente vengono proposte linee guida per la diagnosi e la cura delle malattie, basate sulle evidenze scientifiche.
La EBM ha molti meriti ed ha consentito un enorme miglioramento culturale nel mondo della Sanità, ma ha presto mostrato anche i suoi limiti. Il centro di gravità è sulla relazione tra ricerca e pratica clinica, sul curare al meglio, secondo evidenze, la malattia. Se uno studio scientifico mostra il vantaggio statistico di una terapia rispetto ad un'altra, questa diventa legge e FDA dà subito la sua approvazione.
Questa Medicina non tiene però conto del "valore delle cure". Oggi si sta ragionando su un nuovo modo di fare medicina la "Value based medicine", una medicina che si impegna a pesare il vantaggio di una nuova cura, includendo anche il punto di vista del costo socio economico (la sostenibilità delle cure), e il punto di vista del paziente. Nella scelta terapeutica assume grande importanza la sensibilità etico-esistenziale del paziente, il valore soggettivo che lui dà alla cura, dal "curare la malattia" al "prendersi cura del paziente".
Ma, ammoniscono Staney Chang e Thomas Lee, ed io mi unisco a loro, questo passaggio, non è affatto facile ed automatico. Esso richiede un grande cambiamento nel fare formazione sui giovani medici e nel ripensare la organizzazione dei nostri Ospedali.

Fonte:
Stanley Chang M.S.and Thomas Lee M.D. Beyond Evidence-based medicine. NEJM , November 22  2018

Claudio Verusio


 

 

 

 

 

 


 

La malnutrizione nel malato oncologico: troppo spesso trascurata

Il 20-30% di dei pazienti oncologici muore per le conseguenze dirette o indirette della malnutrizione calorico-proteica, causata tanto dalla malattia quanto delle terapie. La malnutrizione si manifesta con l'anoressia, la sarcopenia e la cachessia, che vanno individuate, monitorate e corrette quanto più precocemente possibile, per evitare ricoveri e tossicità da trattamento, oltreché uno scadimento della qualità di vita e della sopravvivenza.

Di recente, lo studio italiano PreMiO, pubblicato nel 2017 su Oncotarget, ha mostrato, su circa 2.000 pazienti analizzati in 22 centri oncologici, che il 51% aveva un deficit nutrizionale, il 9% era francamente malnutrito e il 43% a rischio di diventarlo; la gravità della condizione era inoltre associata al tipo e allo stadio della malattia, il 64% dei pazienti aveva perso peso nei sei mesi precedenti la diagnosi e il 40% riferiva anoressia.

Continua >>

Con il grant educazionale di FRESENIUS KABI

Una rassegna delle cose da non fare

Ormai annualmente, un gruppo di ricercatori del "Department of Epidemiology and Public Health" dell'Università del Maryland, guidati da Daniel J. Morgan, pubblica su JAMA Internal Medicine una revisione aggiornata sulle principali procedure mediche che si sono rivelate oggetto di sovrautilizzo o inappropriatezza. Le indicazioni riportate nel lavoro di update derivano da studi controllati condotti nel precedente anno.
Si tratta di procedure che solo in qualche caso riguardano in modo diretto ed esclusivo l'ambito oncologico. Eppure, tutte quelle elencate possono in molti casi riguardare il paziente con tumore in molte delle fasi del suo percorso di malattia. Per questa ragione ci sembra utile sintetizzarle, rimandando alla lettura della review e delle rispettive citazioni bibliografiche per un approfondimento più rigoroso.

  • L'esecuzione di ECG in pazienti non selezionati (asintomatici e a basso rischio) induce una cascata di accertamenti che non hanno utilità clinica. Questa evidenza può riguardare ad esempio l'abitudine di eseguire un ECG per tutti i pazienti che iniziano un trattamento oncologico o che sono ricoverati.
  • Il monitoraggio del panel lipidico di laboratorio nei pazienti in trattamento con statine non modifica le strategie terapeutiche e andrebbe eseguito solo per verificare la compliance al trattamento
  • La diagnosi di tumore in pazienti che non necessitano di trattamenti specifici (ad esempio i tumori della tiroide) non produce benefici in termini di qualità della vita
  • La supplementazione di calcio e vitamina D in pazienti sopra 50 anni non istituzionalizzati non riduce il rischio di fratture e andrebbe scoraggiata.
  • L'uso di pregabalin e gabapentina è inefficace nel trattamento del dolore neuropatico (in particolare della lombosciatalgia) e induce frequentemente effetti collaterali (in particolare sindrome vertiginosa)
  • I farmaci antipsicotici (in particolare risperidone e aloperidolo) non migliorano la gestione del delirio nei pazienti in trattamento di fine vita.
  • La nefrectomia robotica non migliora gli outcome rispetto alla nefrectomia laparoscopica, ma ne aumenta i costi e prolunga la durata dell'intervento.
  • La determinazione del test della troponina ad alta sensibilità, eseguito in modo indiscriminato, in pazienti che non hanno sospetto clinico di cardiopatia ischemica ha una bassa specificità per l'infarto del miocardio e non andrebbe eseguita.

Fonte:
Daniel J. Morgan, et al 2018 Update onMedical Overuse, JAMA Intern Med. Published online December 3, 2018. doi:10.1001/jamainternmed.2018.5748

Gianmauro Numico
 

Carcinoma prostatico metastatico: la sopravvivenza non aumenta con la radioterapia

La radioterapia in aggiunta alle cure standard (ormonali) non allunga la sopravvivenza globale (HR: 0,92) nei pazienti con carcinoma prostatico metastatico, anche se ha un effetto positivo sul tempo al fallimento delle cure (HR: 0,76). Lo dimostrano i dati dello studio STAMPEDE, trial di fase 3, randomizzato e controllato, condotto su oltre 2.000 pazienti in 117 centri tra Svizzera e Gran Bretagna, appena pubblicati su Lancet.

Fonte:
Parker C et al. Radiotherapy to the primary tumour for newly diagnosed, metastatic prostate cancer (STAMPEDE): a randomised controlled phase 3 trial
Lancet 2018; 392: 2353-66
http://dx.doi.org/10.1016/ S0140-6736(18)32486-3
https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(18)32486-3.pdf

 

Il rischio di suicidio nei pazienti oncologici è maggiore rispetto alla popolazione generale

Il rischio di suicidio nei pazienti oncologici è maggiore rispetto alla popolazione generale ed è spesso sottovalutato. Per inquadrare meglio il problema, gli psichiatri del Public Health England hanno pubblicato su JAMA Psychiatry  l'analisi dei decessi di oltre 4,7 milioni di pazienti diagnosticati in Gran Bretagna tra il 1995 e il 2015, scoprendo che i suicidi rappresentano lo 0,08% del totale, ovvero un tasso superiore del 20% rispetto a quello della popolazione generale. Il rischio è massimo nei primi sei mesi dopo la diagnosi, e interessa soprattutto tumori per i quali vi sono poche terapie come il mesotelioma o il cancro del pancreas. Č necessario approfondire il problema e mettere in atto strategie preventive sia di tipo psicologico che di tipo palliativo in senso lato.

Fonte:
Henson K et al. Risk of Suicide After Cancer Diagnosis in England
JAMA Psychiatry. doi:10.1001/jamapsychiatry.2018.3181
https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/fullarticle/2714596?utm_campaign=_source=articlePDF&utm_content=jamapsychiatry.2018.3181

 

La terapia adiuvante del melanoma b-raf mutato: beneficio confermato anche a lungo termine

L'associazione di dabrafenib (inibitore di BRAF) e trametinib (inibitore di MEK) allunga la sopravvivenza libera da recidiva rispetto al placebo nei pazienti operati per melanoma con mutazione di BRAF V600 in stadio III. Ora lo confermano anche i dati più a lungo termine dello studio che ne ha decretato l'efficacia, chiamato COMBI-AD, appena pubblicati sul Journal of Clinical Oncology dai ricercatori dell'Istituto per il melanoma di Adelaide, in Australia. Infatti, anche dopo un follow up mediano superiore ai 40 mesi, l'effetto resta statisticamente significativo.

Fonte:
Hauschild A et al. Longer Follow-Up Confirms Relapse-Free Survival Benefit With Adjuvant Dabrafenib Plus Trametinib in Patients With
Resected BRAF V600-Mutant Stage III Melanoma
DOI: 10.1200/JCO.18.01219 Journal of Clinical Oncology 36, no. 35 (December 2018) 3441-3449.
http://ascopubs.org/doi/full/10.1200/JCO.18.01219

 

Bloccare ALK? Meglio con il brigatinib

Il brigatinib, anti ALK di ultima generazione, è superiore al crizotinib nella cura del NSCLC ALK-positivo. Lo suggeriscono i dati ad interim di uno studio open-label di fase 3 appena pubblicati sul New England Journal of Medicine dagli oncologi dell'Università del Colorado.
Il trial AL-1L, avviato su 275 pazienti non pretrattati, dopo un follow up di 11 mesi ha infatti mostrato la netta superiorità del brigatinib rispetto al crizotinib, sia in termini di sopravvivenza libera da progressione che di risposte obiettive., Il beneficio è evidente anche per la malattia intracranica.

Fonte:
Camidge DR et al. Brigatinib versus Crizotinib in ALK-Positive Non-Small-Cell Lung Cancer
N Engl J Med 2018;379:2027-39.
DOI: 10.1056/NEJMoa1810171
https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1810171

 

Nei tumori testa-collo HPV-positivi la riduzione dell'intensità del trattamento produce risultati peggiori rispetto allo standard

I dati dello studio De-ESCALaTE, condotto su oltre 300 pazienti, pubblicati su Lancet dagli oncologi dell'Università di Birmingham, non lasciano spazio all'ambiguità: in caso di tumori di testa e collo positivi all'HPV la terapia con cisplatino è migliore rispetto a quella con cetuximab, che oltre a non apportare benefici in termini di tossicità, peggiora il controllo della malattia in termini di sopravvivenza globale e di recidive a due anni. Platino e radioterapia dovrebbero quindi restare lo standard, almeno ne i pazienti che tollerano il platino.

Fonte:
Mehanna H et al. Radiotherapy plus cisplatin or cetuximab in low-risk human papillomavirus-positive oropharyngeal cancer (De-ESCALaTE HPV): an open-label randomised controlled phase 3 trial
http://dx.doi.org/10.1016/ S0140-6736(18)32752-1
https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(18)32752-1.pdf

 

Palbociclib nel trattamento delle recidive di carcinoma mammario

Le pazienti con un carcinoma mammario avanzato, in recidiva, positivo per gli estrogeni e negativo per HER2, possono avere un beneficio se al fulvestrant si aggiunge palbociclib. Lo dimostrano i dati dello studio PALOMA-3, condotto su oltre 500 donne, pubblicati dagli oncologi del Royal Marsden Hospital di Londra pubblicati sul New England Journal of Medicine. In esso infatti l'associazione è risultata associata a una sopravvivenza mediana più lunga di dieci mesi rispetto al solo fulvestrant (più placebo). L'impatto sulla sopravvivenza era significativo nei casi con precedente risposta alla terapia ormonale. Nel campione complessivo dello studio, sebbene non statisticamente significativo il vantaggio appariva comunque clinicamente rilevante.

Fonte:
Turner NC et al. Overall Survival with Palbociclib and Fulvestrant in Advanced Breast Cancer
N Engl J Med 2018;379:1926-36.DOI: 10.1056/NEJMoa1810527
https://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMoa1810527