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Protocols Doctors

I protocolli di trattamento hanno ormai invaso la pratica medica. I PDTA (percorso diagnostico terapeutico assistenziale per gruppi specifici di pazienti), basati sulle migliori evidenze scientifiche e su un'organizzazione ottimale del processo di assistenza, sono diventati un "must". Il paziente ha percorsi diagnostici prestabiliti, protocolli di trattamento programmati, tappe assistenziali codificate con metodologie di intervento standardizzate.

Così, se entra in ospedale per un melanoma va su un "binario", se invece ha un linfoma va su un altro: prima questo accertamento, poi quest'altro. Se c'è una risposta si "gira" di qua, se ce n'è un'altra si "gira" di là e via ai protocolli di trattamento: se ha la tal malattia la cura è questa, se no ce n'è un'altra. In tutto questo percorso la multidisciplinarietà e il confronto tra operatori dovrebbero garantire la perfezione del processo, ma non sempre è così. L'operazione è assolutamente meritoria, ma se l'oncologo ci entra in maniera acritica diventa un "protocollista", al massimo un "chemioterapista" e non un oncologo medico: metodo clinico e spirito critico rischiano di essere depotenziati in favore di organizzazione e di routine.

Dice Bonadonna, grande oncologo, nel libro Medici umani pazienti guerrieri: "...questi protocols doctors prescrivono esami su esami... La valutazione clinica e la terapia devono essere individualizzate sulla base di una conoscenza adeguata della scala dei valori, delle opinioni e dei desideri dei pazienti". Continua Bonadonna: "Tutte le valutazioni e i piani di cura devono essere previsti anzitutto nell'interesse dei pazienti. In sintesi: più cultura e competenza, meno schemi rigidi, meno protocolli. Soprattutto scoraggiare e prevenire il diffondersi dei protocols doctors. Non sono i medici dei quali i pazienti hanno bisogno". Discorso pesante, non privo di critiche, detto da un uomo che ha inventato i protocolli, che li ha usati e diffusi per una vita, che ha vissuto di studi randomizzati, che ha trovato nella statistica la conferma a sue intuizioni, la validità delle terapie adiuvanti, ma che però ha visto il pericolo, alla lunga, di automatismi nella loro applicazione, la perdita del senso critico, di una medicina personalizzata, l'incapacità a gestire le eccezioni e le variabili durante la loro applicazione.

L'insegnamento del nostro maestro è che è bene usare i protocolli, ma bisogna valutare se in quella determinata situazione sono applicabili o se, pur nella loro strutturazione di base, possano subire variazioni. O addirittura soprassedere nell'applicazione, poiché in scienza e coscienza si preferisce, nell'interesse del malato, fare altro. Ciò non significa rifiutare il progresso, la scienza, l'organizzazione; al contrario significa coniugare nella professione prudenza, sapere critico, passione e ragionamento clinico. Standardizzazione (protocolli) e personalizzazione (ars medica e saggezza) sono due strumenti che il medico deve saper usare insieme. CIPOMO è testimone di entrambe le anime. L'una senza l'altra produce una medicina pericolosa.

Dott. Alberto Scanni

 

Fatti, opinioni, conflitti: alla ricerca di una Ricerca onesta

Già dal suo efficace neologismo sincratico ("METAWARS") con cui titola l'articolo di Science, Jop de Vrieze pone l'accento sul paradossale caso delle metanalisi, che, pur considerate unanimemente il più alto livello di evidenza e come tali indispensabili per mettere la parola fine ai dibattiti scientifici in caso di trial senza conclusioni univoche, a volte finiscono invece per generare ulteriori conflitti.
Più di 11.000 metanalisi sono state pubblicate nel 2017 di cui un terzo da autori cinesi: ci siamo "ammalati" di overloading metanalitico e rischiamo di diventare degli "obesi informazionali", considerandole la panacea per il chiarimento di ogni dubbio, quando ben noti ne sono alcuni limiti.

Intanto perché la metodologia di tale marchingegno statistico, che prevede una rigorosa selezione tra i numerosissimi studi individuati, espone al rischio di includere alcuni fattori di confondimento, dei quali il livello di consapevolezza, non sempre adeguato, può finire per intorbidire la limpidezza del prodotto finale. Inoltre perché, a dirla secondo Christopher Ferguson della Texas A&M International University, le meta-analisi "dovrebbero essere considerate un argomento", quindi  un criterio di giudizio nel globale ragionamento clinico e "non un fatto", cioè un risultato con cui procedere a scelte cliniche. Infine il paradosso, per cui "quando le prove indicano chiaramente una direzione, c'è poco bisogno di una metanalisi. Altrimenti, è improbabile che una metanalisi dia la risposta definitiva", e questa volta a parlare è Jacob Stegenga, un epistemologo dell'Università di Cambridge.

E non va trascurato il caso di quelle metanalisi che, pervase da quel particolare e spesso misconosciuto conflitto di interessi, che è quello intellettuale, vengono generate selezionando articoli con criteri non propriamente trasparenti, lontani da una scienza rigorosa e obiettiva. ╚ questa la vicenda, di cui già abbiamo riferito nel numero di Ottobre di Onconews, relativa alla crisi profonda in cui è precipitata Cochrane Collaboration, al cui lavoro di revisioni sistematiche si deve gran parte del rispetto guadagnatosi dalle metanalisi, allorquando una ristretta maggioranza del proprio consiglio di amministrazione, in disputa con Peter G°tzsche, uno dei suoi co-fondatori, ne ha decretato l'espulsione dal Consiglio stesso. Secondo l'accusa, G°tzsche avrebbe causato "discredito" a Cochrane in un'intervista telefonica con Science, nella quale egli sosteneva che alcune fondazioni finanziatrici dell'organizzazione spingevano perché ci si sbarazzasse di G°tzsche, causa le sue opinioni altamente critiche su Cochrane - definita "a direzione commerciale"-, e per un'analisi di Cochrane favorevole ai vaccini contro il papillomavirus umano (HPV), circa la quale G°tzsche accusava l'organizzazione di non avere incluso alcuni trial importanti e "negativi" e di aver trascurato di considerare gli effetti collaterali dei vaccini.

L'articolo fa pendant con quanto successo al Dr. José Baselga, che è stato costretto a dimettersi da un prestigioso incarico apicale nel Memorial Sloan Kettering di New York, per aver omesso i suoi legami finanziari con aziende farmaceutiche come la Roche e diverse piccole start-up biotech in autorevoli pubblicazioni mediche come The New England Journal of Medicine e The Lancet, nonché le proprie  affiliazioni di società in articoli pubblicati sulla rivista Cancer Discovery, per la quale è uno dei due redattori capo.
Sicuramente non rappresenta una sentenza di illecito acclarato, la dichiarazione da parte del medico dell'esistenza di un suo potenziale conflitto di interesse con le aziende farmaceutiche, stante rapporti di varia natura non demonizzabili solo perché la loro è una mission fatta in buona sostanza di profitti. Ma rendere pubblici tali rapporti squarcia ogni velo sul principio di trasparenza nel comportamento prescrittivo del medico, e sulla sua effettiva adesione a quell'etica di responsabilità (Max Weber), che anche etimologicamente impone un dover rispondere delle proprie scelte, in primis al paziente, ma anche alla società professionale e civile, i quali ne possono tenere conto nel giudizio di congruità sull'agito prescrittivo del medico.

Come scrive Maurie Markman  in un commentary : "╚ molto importante sottolineare che tutti dobbiamo essere molto vigili nella nostra trasparenza: questa è la parola più importante. Dobbiamo essere aperti e onesti sulle nostre idee e da dove provengono... Gli scienziati devono mantenere questa trasparenza al centro, in modo che i potenziali conflitti di interesse non diventino veri e propri conflitti di interesse, danneggiando in ultima analisi le indagini scientifiche e diminuendo la fiducia che il pubblico deve assolutamente avere nella scienza in generale e nella scienza del cancro in particolare."
Nella corretta e simmetrica relazione con i propri stakeholders, non è consentito al medico celare la stipula di accordi bilateralmente esclusivi e di qualsivoglia natura, pur legittimi, con una delle parti, senza informarne paziente e le altre parti in gioco, perché questo configurerebbe un comportamento mercantilistico deontologicamente inaccettabile. Inoltre si viene a minare quel patto di mutua correttezza garantito dal principio di accountability che obbliga il medico a quel rendicontare agli stakeholders circa la propria condotta, ben rivendicata dalla nota locuzione "nulla-che-mi-riguardi-senza-di-me" di alcune Associazioni di pazienti.

Fonte:
Jop de Vrieze, Meta-analyses were supposed to end scientific debates. Often, they only cause more controversy. Science, 2018
https://www.sciencemag.org/news/2018/09/meta-analyses-were-supposed-end-scientific-debates-often-they-only-cause-more

Dott. Salvatore Palazzo

 

Qualità della vita, indice prezioso, ma poco considerato nei pazienti oncologici

La qualità della vita è una valutazione importante ed un argomento di crescente interesse da parte sia della comunità scientifica che delle autorità di regolamentazione. Di contro la qualità di vita è un endpoint piuttosto carente negli studi di fase III.
Infatti secondo lo studio pubblicato da Laura Marandino, dell'Istituto oncologico di Candiolo e dell'Università di Torino su Annals of Oncology, la qualità di vita non è stata inclusa tra gli endpoint in gran parte degli studi di fase III recentemente pubblicati sui tumori solidi, e anche quando lo è stata, gli esiti non sono stati riferiti e sono stati pubblicati con ritardo.

I ricercatori hanno esaminato 11 riviste di rilievo valutando tutti i numeri pubblicati tra il 2012 e il 2016 per trovare le pubblicazioni primarie di studi di fase III in pazienti adulti con tumori solidi. Nell'analisi finale sono state incluse 446 pubblicazioni e in 210 (47,1%) di queste la qualità della vita non è stata inclusa tra gli endpoint. In particolare, la qualità della vita non è stata presa in considerazione come endpoint nel 40,1% delle sperimentazioni in ambito avanzato o metastatico, nel 39,7% degli studi profit e nel 53,6% degli studi non profit. Ma non solo, i dati hanno rivelato che su 231 pubblicazioni primarie di studi che avrebbero dovuto riportare la qualità della vita come endpoint secondario o esplorativo, in realtà gli esiti della stessa sono stati resi disponibili solo in 143 (61,9%). In particolare, sono risultati assenti nel 37,6% delle pubblicazioni nel contesto avanzato o metastatico, nel 37,1% degli studi profit e nel 39,3% degli studi non profit. I ricercatori hanno anche riscontrato che la quantità di studi che non ha incluso la qualità della vita è stata rilevante in qualunque tipo di tumore e trattamento, e che per gli studi che non riportavano i risultati della qualità della vita nella pubblicazione primaria, la probabilità di pubblicazione secondaria è stata del 12,5%, del 30,9% e del 40,3% a 1, 2 e 3 anni, ed è stata più alta negli studi con risultati positivi.

La nostra raccomandazione quindi è quella di considerare questo endpoint come fondamentale negli studi clinici pena la non reale trasferibilità dei risultati nella pratica clinica quotidiana.

Fonte:
Marandino L. et al. Deficiencies in health-related quality of life assessment and reporting: a systematic review of oncology randomized phase III trials published between 2012 and 2016 Ann Oncol. 2018 doi: 10.1093/annonc/mdy449
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30304498

Dott. Sandro Barni

 

Essere Medici Migliori

Nel mese di settembre è stato pubblicato sul NEJM l'articolo di un collega psichiatra al quale è stata di recente diagnosticata una neoplasia renale localmente avanzata. Dopo l'intervento chirurgico e due mesi di convalescenza il collega è tornato al lavoro. In qualità di psichiatra il suo lavoro non era basato solo sulla prescrizione di  psicofarmaci e neuro modulatori, ma anche  su empatia e capacità di creare un'alleanza terapeutica con i suoi pazienti.

Pur  continuando  ad avere un ascolto empatico si è presto accorto che non tutto era proprio come prima. La diagnosi di tumore e la prognosi incerta, probabilmente infausta, avevano completamente cambiato le sue prospettive di vita.  Ed ora, diversamente dal passato, i problemi  più banali della vita quotidiana dei suoi pazienti sono diventati più difficili da ascoltare. In compenso però davanti all'angoscia del vivere, alla precarietà dell'esistenza, al suo stesso senso, si sente vicino ai pazienti come prima non era mai accaduto. E quotidianamente si chiede se questo fa di lui un medico migliore o peggiore.
Molti colleghi hanno dovuto, purtroppo, affrontare personalmente una grave malattia e quasi tutti hanno poi confessato che questa esperienza ha cambiato la loro visione della  professione e di sentirsi adesso medici migliori.
Ma allora bisogna ammalarsi per diventare un medico migliore? E poi cosa vuol dire essere un medico migliore?

In medicina il punto centrale è l'obiettivo terapeutico ed è cruciale che sia condiviso da medico e paziente. Il consenso si raggiunge attraverso un confronto dialettico tra la visione tecnico scientifica del medico e la sensibilità etico-filosofica-esistenziale del paziente e la sua esperienza soggettiva di sofferenza. Un medico che guarda alla malattia e non alla persona, in realtà non sta veramente interessandosi alla cura, non sta dandole valore. 
Per formazione e per cultura, ma anche per difesa, il medico si sente estraneo alla sofferenza del paziente  (fisica e/o psicologica). E non di rado è latente in lui un inconscio senso di invulnerabilità.  Allora  la sua scelta terapeutica è una scelta tecnica che non tiene conto della persona che ha davanti e del valore che per lui o lei, hanno le cure proposte. (A volte è più importante sapere chi è la persona  che ha una malattia piuttosto  che sapere che malattia ha una persona, William Osler).
Viceversa, un medico che scopre la propria vulnerabilità, che scopre che anche lui si può ammalare e addirittura morire, può forse con più spontaneità empatizzare con il vissuto del paziente. E con maggiore attenzione  ascoltare e recepire  le sue emozioni, l'angoscia, il dolore che prova.  E così dargli dignità.
Mi chiedo perché un medico ammalato capisce queste cose ed un medico in salute difficilmente ci arriva. Possiamo fare qualcosa perché ognuno di noi riconosca la propria vulnerabilità e, liberatosi della scorza dura della tecnica e della propria invulnerabilità, riesca ad accettare il pensiero che prima o poi toccherà anche a noi ammalarci e morire? Solo così si riesce a prestare ascolto alle angosce dell'altro senza scappare inorridito al terrore del paziente. E non si abbandona più un paziente che non ha risposto alle nostre aspettative.

La professione del medico, e quella dell'oncologo in particolare, è una professione molto particolare. ╚ sicuramente una professione scientifica, tecnica, ma non è solo quello. Il contatto continuo con la sofferenza, la malattia, la paura della morte e le domande sul senso della vita che si porta appresso, richiedono sensibilità e cultura umanistica. 
Perciò mi sorge spontanea una domanda: le Facoltà di Medicina, le  nostre Associazioni Scientifiche, i Maestri della Medicina del nostro tempo si stanno impegnando per formare "Medici Migliori?

Fonte:
Stern Adam MD. Doctoring while Sick- Is living with cancer making Me a better or Worse Doctor? NEJM , 20 September 2018, 379, 1104-1105

Dott. Claudio Verusio

La scienza del fare di meno

L'articolo di Norton comparso recentemente su JCO ha il grande merito di affrontare organicamente il problema della de-prescrizione in oncologia, poiché classifica razionalmente le aree di iper-trattamento ed individua le strade da perseguire per ridurre le inappropriatezze.
Di queste non mancano infatti quotidiani esempi sostanziali, come l'utilizzo spropositato dei marcatori tumorali, l'over-treatment degli stadi iniziali del tumore mammario o le strategie di follow up eccessivamente intensive.

Gli Autori cercano quindi, fra i primi ad interessarsene e con grande efficacia, di strutturare la scienza (sì, è una scienza basata sull'evidenza!) del fare-di-meno: lo fanno definendo i diversi ambiti e le condizioni in cui si possa configurare un eccesso di interventi. Questo tipo di classificazione ha una sua rilevanza sia dal punto di vista clinico (ad esempio ci sono cose che non si devono fare e altre che sono semplicemente uno spreco) sia soprattutto dal punto di vista della ricerca. ╚ importante, infatti, che si prenda coscienza che la ricerca ha un ruolo imprescindibile anche nella definizione delle pratiche inutili o dannose.
L'articolo ha, legittimamente, un "imprinting" coerente con l'organizzazione dell'assistenza sanitaria statunitense, ma l'argomento ben si può collegare con la situazione della sanità in Italia, che invece ha una impostazione universalistica, da noi del CIPOMO comunque difesa nel concreto quando ci preoccupiamo sia della sua generale appropriatezza, sia della sostenibilità del sistema.

Ed anche in Italia sono nate negli anni iniziative, di cui talune (ad esempio "Choosing Wisely") riverberate dall'estero ma poi declinate secondo le nostre situazioni, come ad esempio anche "Slow Medicine" e le stesse iniziative di CIPOMO.
Tutto ciò conferma l'opportunità, dal CIPOMO sempre sostenuta, di contribuire, come clinici e come organizzatori di percorsi, all'implementazione di una assistenza che veda in primaria posizione l'alleanza con il malato, definisca i ruoli e gli interessi degli stakeholders, esalti il valore della persona, comunque inserita nel contesto sociale e della sostenibilità ambientale (ispirazione della Green Oncology) e dia importanza alla condivisione degli obiettivi di cura.

Proprio ai malati occorre saper rendere chiaro il concetto che il "fare di meno" non ha lo scopo di risparmiare, ma innanzitutto di ridurre il peso del percorso di cura e fare in modo che sia individualizzato, appropriato e trasparente.
Ancora molta strada resta da fare per consolidare operativamente nella nostra disciplina e con tutti coloro che collaborano con noi queste proposte di visione e di metodo. L'aderenza alle evidenze sperimentali rimane il nostro essenziale riferimento per guidare i comportamenti e le decisioni.

Fonte:
Wynne E. Norton, et al. Conceptualizing De-Implementation in Cancer Care Delivery. Journal of Clinical Oncology 2018  DOI: 10.1200/JCO.18.00589

Dott. Sergio Bretti
Dott. Gianfranco Porcile

 

 

Meno ossigeno grazie

Il British Medical Journal pubblica le nuove raccomandazioni per l'impiego dell'ossigeno nel paziente acuto elaborate da un team internazionale di specialisti coordinati da esperti canadesi, accompagnate da un editoriale di commento di due medici del Royal College of Emergency Medicine di Londra. Le indicazioni sono molto dettagliate e chiare, e insistono sul fatto che l'abitudine a fissare come saturazione il 96% non solo non è giustificata, ma è nociva; il target di saturazione dell'emoglobina dovrebbe essere compreso tra il 90 e il 94% in generale e tra il 90 e il 92% in casi specifici come l'ictus o l'infarto. Come dimostrato ormai da molti anni, l'iperossia può essere molto dannosa sia perché l'ossigeno, di per sé, può essere tossico, e sia perché un suo eccesso può influenzare, nascondere e distorcere elementi importanti per la diagnosi e l'impostazione della terapia.

Fonti:
Daniel Horner and Ronan O' Driscoll. Oxygen therapy for medical patients. New lower targets will change practice, but evaluation must continue
BMJ 2018;363:k4436 doi: 10.1136/bmj.k4436 (Published 24 October 2018)
https://www.bmj.com/content/363/bmj.k4436/related

Siemieniuk RAC, Chu DK, Kim LH-Y, et al . Oxygen therapy for acutely ill medical patients: a clinical practice guideline. BMJ 2018;363:k4169.30355567
http://statics.drvoice.cn/uploadfile/2018/1028/20181028073614610.pdf

 

Comunicare si insegna: ecco come

Il training sulla comunicazione clinica (o CST, communication skill training) può modificare profondamente il comportamento degli oncologi e, con esso, il rapporto con i pazienti, e per questo negli ultimi anni è stato implementato quasi ovunque. Tuttavia, restano interpretazioni diverse e approcci di vario tipo, nonché discussioni sul futuro di questa parte importante della formazione. All'ultimo ESMO tutto ciò è stato al centro del Terzo consensus meeting, e ora Annals of Oncology riporta fedelmente il documento elaborato. In esso sono sintetizzati gli scopi principali, ispirati da alcuni principi fondamentali, le soluzioni proposte, i metodi per implementarle e i criteri per monitorarne l'applicazione.

Fonte:
Annals of Oncology 29: 2033-2036, 2018 doi:10.1093/annonc/mdy343
Stiefel F et al. Training in communication of oncology clinicians: a position paper based on the third consensus meeting among European experts in 2018

 

Vitamina D e omega tre non servono per prevenire

L'assunzione quotidiana di 2000 UI di vitamina D e di un grammo omega tre non comporta una riduzione del rischio di cancro né di quello di malattie cardiovascolari. Lo stabilisce un grande studio controllato contro placebo effettuato su quasi 26.000 persone con più di 50 anni se uomini e 55 se donne, randomizzate e seguite per 5,3 anni, coordinato dai ricercatori del Brigham and Women's Hospital di BostonCome pubblicato sul New England Journal of Medicine non sono infatti emerse differenze statisticamente significative rispetto al placebo né negli endpoint primari (diagnosi di tumore invasivo o evento cardiovascolare maggiore) né in quelli secondari (decessi per tumori sede-specifici, infarti, ri-vascolarizzazioni, ictus e decessi per patologie cardiovascolari) né per i decessi per qualunque causa.

Fonte:
Manson J et al. Vitamin D Supplements and Prevention of Cancer and Cardiovascular Disease
DOI: 10.1056/NEJMoa1809944
https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1809944

 

Ginnastica durante le cure: come, quando e per chi

Una metanalisi cerca di fare chiarezza sul ruolo dell'esercizio fisico durante e dopo un trattamento antitumorale. I ricercatori della Vrjie Universitaten di Amsterdam, in Olanda, hanno infatti pubblicato, sul Journal of National Cancer Institute, quanto scoperto verificando 34 studi randomizzati condotti negli ultimi anni su oltre 4.500 pazienti. In generale l'effetto è positivo. Tuttavia, bisognerebbe distinguere meglio tra tipo di esercizio, condizioni del malato e momento della cura (soprattutto tra durante o dopo); per esempio emerge che a beneficiare maggiormente dei programmi, sia dal punto di vista della performance fisica che da quello della qualità di vita, sono i pazienti con la fatigue e nelle condizioni fisiche peggiori. Infine, a seconda delle variabili citate il risultato, con un tipo specifico di esercizio, può apportare benefici di entità molto diversa.

Fonte:
Buffart L et al. Targeting Exercise Interventions to Patients With Cancer in Need: An Individual Patient Data Meta-Analysis
JNCI J Natl Cancer Inst (2018) 110(11): djy161
 doi: 10.1093/jnci/djy161
https://academic.oup.com/jnci/article/110/11/1190/5116232

 

Platino batte cetuximab nei tumori del cavo orale HPV positivi

Nei tumori del cavo orale HPV positivi il cisplatino è più efficace dell'anti EGFR cetuximab, dopo la radioterapia. I risultati dello studio De-ESCALaTE HPV, pubblicati su Lancet dai ricercatori dell'Università di Birmingham e condotto su oltre 330 pazienti dimostrano infatti che l'anticorpo non apporta benefici significativi neppure in termini di tossicità, e peggiora  in modo significativo la sopravvivenza e il tasso di recidive a due anni rispetto al platino. La chemioterapia rimane quindi il trattamento standard anche nei tumori HPV positivi.

Fonte:
Mehanna H et al. Radiotherapy plus cisplatin or cetuximab in low-risk human papillomavirus-positive oropharyngeal cancer (De-ESCALaTE HPV): an open-label randomised controlled phase 3 trial
http://dx.doi.org/10.1016/ S0140-6736(18)32752-1
https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lancet/PIIS0140-6736(18)32752-1.pdf

 

Tumori ORL e radio- e chemioterapia: il tempo fa la differenza

Il ritardo nell'inizio del trattamento chemio-radioterapico  dopo la chirurgia nei pazienti con un tumore della testa e del collo è associato a un chiaro peggioramento della sopravvivenza, anche se gli studi pubblicati finora sono molto disomogenei. Questa la conclusione cui giunge una metanalisi pubblicata su JAMA Otolaryngology dai ricercatori dell'Università del South Carolina di Charleston, che hanno valutato 18 studi condotto nell'ultimo decennio. Non pare esserci un cutoff, ma il peggioramento degli outcomes è proporzionale all'aumentare della latenza nell'inizio del trattamento. Un'altra dimostrazione, anche in questa neoplasia, come i tempi di trattamento possano fare la differenza.

Fonte:
Graboyes E et al. Association of Treatment Delays With Survival for Patients With Head and Neck Cancer A Systematic Review
JAMA Otolaryngol Head Neck Surg. doi:10.1001/jamaoto.2018.2716
https://jamanetwork.com/journals/jamaotolaryngology/article-abstract/2712319

 

Tumori dello stomaco l'anti PDL-1 non è meglio della chemioterapia

L'inibitore di checkpoint anti PD-L1 avelumab non migliora la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia nel trattamento di III linea dei tumori della giunzione gastro-esofagea avanzati. Questa la risposta, negativa, giunta dallo studio JAVELIN Gastric 300, nel quale il monoclonale è stato valutato su oltre 370 pazienti randomizzati ad assumere l'immunoterapico un trattamento chemioterapico a scelta, in 147 centri oncologici di diversi paesi. Il trial, i cui risultati sono stati pubblicati sugli Annals of Oncology ha mostrato il fallimento degli outcome primari e secondari, ovvero la sopravvivenza globale e quella libera da progressione. Come atteso, l'avelumab è risultato associato a un migliore profilo dal punto di vista della tossicità e della gestione della stessa.

Fonte:
Bang Y-J et al. Phase III, randomised trial of avelumab versus physician's choice of chemotherapy as third-line treatment of patients with advanced gastric or gastro-oesophageal junction cancer: primary analysis of JAVELIN Gastric 300
Annals of Oncology 29: 2052-2060, 2018 doi:10.1093/annonc/mdy264
https://academic.oup.com/annonc/article/29/10/2052/5058079

 

Nel NSCLC avanzato e pretrattato l'anti PD-L1 non è migliore del taxano

Lo studio JAVELIN Lung 200 è stato condotto in 173 ospedali di 31 paesi (con il coordinamento degli oncologi dell'Ospedale di Marsiglia) per valutare l'efficacia dell'avelumab, anti PD-L1 rispetto a quella del docetaxel in circa 800 pazienti con NSCLC avanzato (stadio IIIB o IV o recidivante) pretrattati con platino. Come riferito su Lancet Oncology, il monoclonale non ha apportato alcun vantaggio in termini di sopravvivenza globale, mentre si è dimostrato migliore dal punto di vista della tossicità.

Fonte:
Barlesi F et al. Avelumab versus docetaxel in patients with platinum-treated advanced non-small-cell lung cancer (JAVELIN Lung 200):an open-label, randomised, phase 3 study
http://dx.doi.org/10.1016/ S1470-2045(18)30673-9
https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470-2045(18)30673-9.pdf