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    La quarta rivoluzione: un new deal per una sanitą pił efficiente

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Archivio News

Il DNA circolante per la biopsia liquida: conferme e limiti


La biopsia liquida tramite la ricerca e l'analisi del DNA tumorale circolante sta diventando una realtà. Lo testimonia l'elevato numero (circa 30) di abstract presentati all'ultimo congresso dell'ASCO, nei quali oncologi di diversi centri hanno iniziato a presentare quanto ottenuto su pazienti di vario tipo. Lo riferisce la Reuters, che in un report dedicato alla tecnologia nota come Droplet Digital PCR (ddPCR), ovvero una PCR compiuta su una goccia di sangue, illustra tre dei casi più interessanti.

Nel primo studio gli oncologi del Langone Medical Center di New York si sono concentrati sul melanoma avanzato e, in particolare, sull'andamento di BRAF e in 345 pazienti che stavano seguendo la terapia e sono stati in grado di identificare coloro che, in condizioni basali, avevano un cDNA di BRAF mutato e, di conseguenza, una prognosi peggiore. Il test è risultato sensibile all'andamento della malattia in risposta alle terapie specifiche: la sopravvivenza è migliorata via via che i livelli di cDNA di BRAF mutato scendevano grazie ai farmaci selettivi.

Nel secondo studio, sempre sul melanoma, gli oncologi della Macquarie University di Sydney e del the Melanoma Institute Australia hanno seguito 48 pazienti con metastasi cerebrali, tutti trattati con immunoterapia anti checkpoint e hanno dimostrato di cDNA all'inizio delle cure sono un fattore predittivo positivo, associato a una sopravvivenza libera da recidive e generale migliore anche se non all'andamento della risposta delle metastasi cerebrali. La conclusione è stata quindi che il cDNA può essere utile per monitorare l'andamento della malattia in risposta alle terapie ma non quello delle metastasi cerebrali, probabilmente perché la barriera ematoencefalica filtra i cDNA.

Infine, nel terzo studio, i ricercatori del National Taiwan University Hospital di Taipei, a Taiwan hanno verificato il cDNA nell'epatocarcinoma e, in particolare, hanno indagano le potenzialità del DNA chimeriche che si forma tra le cellule dell'ospite e il virus dell'epatite B prima e dopo l'asportazione chirurgica. Prima dell'intervento, 44 dei 50 pazienti studiati avevano il DNA chimerico e di quelli che ce l'avevano anche dopo, ben l'82% ha avuto una recidiva entro un anno. Tutti tranne uno, inoltre, mostravano lo stesso identico DNA chimerico di prima dell'asportazione, a conferma del fatto che la ricaduta era stata causata dal tumore primario. In questo caso il test, secondo gli autori, dovrebbe diventare un complemento a quelli che già vengono effettuati, perché assicura un'elevata specificità e sensibilità (può individuare fino a uno-due copie di DNA chimerico nel sangue) e può aiutare nella prognosi e nella programmazione delle terapie.

Fonti: