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    Lo stesso medico per lo stesso paziente? Organizzazione promossa!

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Il nome dei tumori: molto più che una questione semantica


E' giunto il momento di ripensare la denominazione dei tumori a bassa malignità? La domanda ricorre da tempo, ma ora un doppio editoriale pubblicato sul British Medical Journal la riporta all'attualità, mettendo a confronto due opinioni molto diverse.

La prima è di Laura Esserman, del Carol Franc Buck Breast Care Center di San Francisco, nettamente a favore di modifiche piuttosto radicali. La definizione di cancro, secondo lei, è infatti ormai obsoleta, rispetto alla varietà di condizioni che racchiude: da quelle a bassissima malignità, che hanno meno del 5% di evolvere in due decadi, a quelle aggressive, che comportano un rischio superiore al 75% di progredire in uno-due anni. Tuttavia, molte delle prime possono essere tenute sotto controllo con le terapie o semplicemente sotto osservazione, e questo approccio continua a migliorare, grazie all'intelligenza artificiale e alla genomica.

Al contrario, l'over trattamento espone moltissime persone a un inutile carico di stress, tossicità da terapia e spese. Esemplare il caso della prostata: l'uso del PSA ha condotto a tali eccessi da causare un ripensamento in toto della diagnosi precoce; analogamente, per il carcinoma mammario è noto che il 35% dei tumori sono a bassissimo rischio e che il 25% di tutti i casi è rappresentato da DCIS (nel 1985 erano il 3%), quasi mai mortale.

Anche se solo negli Stati Uniti ogni anno 60-70.000 donne vengono operate per DCIS, il tasso di tumori aggressivi continua a crescere, e ciò dimostra che il DCIS dovrebbe essere considerato un fattore di rischio più che una lesione da rimuovere chirurgicamente. Il nuovo nome dovrebbe quindi essere: lesione indolente di origine epiteliale. Oltre ai benefici per i pazienti, questo avrebbe conseguenze tanto sui trattamenti (che subirebbero una de-escalation) quanto sulla ricerca, che potrebbe concentrarsi solo sulle forme realmente pericolose.

Di tutt'altra idea è Murali Varma, dell'Ospedale Universitario del Galles di Cardiff, che mette in guardia dal rischio di sottovalutazione, anche perché l'asportazione di una massa ne modifica la storia, e non è quindi mai davvero possibile predire con certezza sufficiente come essa evolverà. Inoltre cambiare nome significherebbe quasi certamente precipitare i pazienti (e anche molti medici) in una deleteria confusione. Piuttosto, sarebbe molto utile spiegare con estrema chiarezza al paziente che cosa significa avere una lesione a basso rischio, soprattutto nei casi più dubbi come i tumori della tiroide, del rene, della mammella e della prostata. Inoltre bisognerebbe modificare l'idea stessa di malignità e benignità, facendo capire ai malati che non sono due entità nettamente distinte, ma che tra l'una e l'altra c'è continuità e che quindi bisogna avere un atteggiamento razionale in ogni fase.

Infine Birte Twisselmann, editor del BMJ e a sua volta ex malata di un tumore mammario, non prende posizione, ma sottolinea che la sola cosa che conta è che il paziente non percepisca che ci sono cose che lui/lei non può comprendere, nella terminologia: nuova o vecchia che sia.

Fonti:

Laura Essermann e Mulari Varma. Should we rename low risk cancers?
BMJ 2019;364:k4699
BMJ 2019; 364 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.k4699 (Published 23 January 2019)https://www.bmj.com/content/364/bmj.k4699

Birte Twisselmann. Patient commentary: Confusing terminology for cancers and precancerous lesions made me anxious
BMJ 2019;364:k4946
BMJ 2019; 364 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.k4946 (Published 23 January 2019)https://www.bmj.com/content/364/bmj.k4946