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La radiochirurgia potenzia l'immunoterapia


Quando un melanoma dà metastasi cerebrali, l'effetto dell'immunoterapia sembra essere potenziato dal ricorso alla radiochirurgia. Quanto almeno è quanto sembrano indicare i dati pubblicati sul Journal of Neuro-Oncology dagli esperti dell'Università del Colorado, che hanno riferito quanto osservato in 38 pazienti trattati appunto con il doppio approccio tra il 2012 e il 2017.

I malati sono stati seguiti per un tempo mediano di 31,6 mesi, e hanno ottenuto un controllo locale a due anni nel 92% dei casi. Per quanto riguarda la progressione, il tempo medio è stato di 8,4 mesi per quella fuori sede, e di 7,9 mesi per quella esterna al sistema nervoso, mentre la sopravvivenza libera da progressione è stata pari a 3,4 mesi e quella globale non è stata ancora determinata, proprio per l'efficacia dell'approccio. 25 pazienti (pari al 66% del totale) hanno ricevuto un monoclonale anti CTLA-4 e 13 pazienti (pari al 34% del totale) un anti PD-1; le differenze tra le due immunoterapie sono risultate molto chiare, perché coloro che sono stati trattati con un anti PD-1 hanno avuto risultati migliori degli altri in tutti i parametri misurati, con i tempi alla progressione pari a 3,1 mesi per quelle fuori sede e 4,4 mesi per quelle al di fuori del sistema nervoso, e una PFS di 20,3 mesi, contro i 2,4 degli altri.

In definitiva, quindi, i pazienti con metastasi cerebrali di melanoma non pretrattate che vengono sottoposti a un'immunoterapia entro 8 settimane dal trattamento radiochirurgico hanno, come affermano gli autori, eccellenti outcome, beneficio che è superiore se il trattamento scelto è un anti PD-1 o una combinazione di anti PD-1 e anti CTLA-4 piuttosto che se la scelta ricade sul solo anti CTLA-4.

Fonte:
Robin T et al. Immune checkpoint inhibitors and radiosurgery for newly diagnosed melanoma brain metastases
( https://doi.org/10.1007/s11060-018-2930-5)
https://link.springer.com/article/10.1007%2Fs11060-018-2930-5